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Silvia Favaretto, Parole d’acqua – Palabras de agua
Silloge poetica vincitrice del concorso nazionale Ibiskos 2006
Data d’edizione: Aprile 2007
Casa editrice: Ibiskos di Antonietta Risolo
ISBN 978-88-546-0195-6
Prezzo 12 euro (IVA compresa)
Queste parole fatte di acqua – Palabras de agua – che ci offre Silvia Favaretto, mettono subito il lettore in contatto, e fin dalla significativa epigrafe, con il simbolismo di uno dei quattro elementi fondamentali, che è appunto l'acqua. Questo simbolismo rimanda a tre temi possibili, isolati o combinati: l'acqua come sorgente di vita, come mezzo di purificazione o come centro di rigenerazione. In questa raccolta intensa e originale, i tre temi sono presenti, ma soprattutto il primo: l'acqua è il mare e il mare è la madre. E questo mare delle origini acquista via via forme e dimensioni diverse lungo la raccolta, mentre disegna ad una ad una le molte varianti geografiche da cui emerge o acquista forma tangibile: dalla laguna di Venezia, ambito originario dell'autrice, al fiume sdoppiato nell'Arno e nel Rio de la Plata, alla pioggia associata al Guatemala, alle cascate, nello specifico quelle dell'Iguazù, ai ghiacciai che evocano la Patagonia, e infine all'Oceano che è senz'altro l'Atlantico. Esso, in effetti, unisce i due mondi dell'autrice, l'Europa e l'America, ma anche le sue due lingue, l'italiano e lo spagnolo-argentino, ed è anche – e perché no – il mare dei Caraibi, quindi Cuba. Dopo la sezione dell'oceano ci sono altre due sezioni, quella sul Cenote (Messico) e quella sullo Ionio (Sicilia). L'impressione è che queste due sezioni finali siano, precisamente, una nuova partenza. Forse dietro questi testi – come è normale che sia – c'è una vicenda personale, e sicuramente una vicenda di intenso dolore, una dura prova iniziatica. Ma l'autrice non si lascia mai andare alla scrittura confessionale: il dolore rimane legato a un "segreto", a un mistero che potenzia il dolore stesso e trasforma l'individuale in essenziale, l'esperienza in formula esistenziale. Ecco: forse il segno più caratteristico di questa poesia si trova proprio in questa congiunzione fra astratto e familiare, racconto e mistero, spagnolo e italiano, madre e non-madre (madre biologica, madre cosmica, madre lingua, madre vita, madre morte). Il libro, in effetti, può essere letto attraverso l'immagine chiave della madre, oppure attraverso il simbolo portante dell'acqua, che la racchiude e la moltiplica.
La poesia di Silvia Favaretto – contrariamente a quello che io stessa ho affermato più volte rispetto a una tendenza generale nella poesia giovane attuale – non è espressione di una voce androgina, anzi in lei l'elemento femminile emerge costantemente e in modo indubbio. Ma la sua femminilità è carica di un vigore e di una rabbia altrettanto eccezionali. Lei ha visto la violenza del mondo, non quella contingente, storica, "attuale"; ma quella originaria, determinante, sostanziale e quindi inevitabile. E ha la forza di non mascherarla. E il coraggio di denunciarla, di contestarla, di rivoltarsi contro, anche nella certezza dell'inutilità di tale contestazione: «Nacqui viva e furiosa / mordendo il latte avvelenato / di seni che non volli / mai / lasciare».
La poesia di Silvia Favaretto nasce da una profonda lacerazione; e la sua voce non si propone di lenire le ferite, anzi. Essa graffia e colpisce. Ci costringe ad aprire gli occhi e a sopportare. Ma proprio per questo la sua poesia, non soltanto non potrebbe mai risultare indifferente, ma alla fine ci trasmette quell'incredibile energia che l'ha fatta nascere e che la sostiene, ci rende più lucidi e più forti”.
Dalla prefazione di Martha Canfield, Firenze, gennaio 2007.
Per informazioni e ordini dirigersi all’autrice (silviafav@libero.it) o alla casa editrice (distribuzione@ibiskoseditricerisolo.it)
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